martedì 16 agosto 2011

“Let them talk” Hugh Laurie

Hugh Laurie: questo nome è diventato celebre nelle case di mezzo mondo grazie alla fortunata serie televisiva “Dr House”, per la quale – al momento – il protagonista maschile si è collocato tra gli attori televisivi più pagati a livello mondiale. Buffo tipo, Laurie, e di sicuro eclettico: sportivo (canottiere medagliato in più occasioni), doppiatore, laureato in archeologia, scrittore di thriller comici, sensibile pianista e cantante.In Gran Bretagna era già apprezzato come musicista grazie ad un’altra fortunata serie televisiva ispirata ad uno dei comicissimi cicli di P.G. Wodehouse, quello dedicato al maggiordomo Jeeves e al suo padrone, il poliedrico eppure tutto sommato incapace e spiritualmente amante della filosofia del dolce far niente, Bertie; in questa serie Laurie, nei panni di Bertie Wooster, si esibiva ripetutamente al piano e come cantante.Considerando l’anticonformismo che contraddistingue la vita e le scelte di Laurie, c’è da domandarsi come mai abbia aspettato così tanto prima di incidere un vero e proprio album: lacuna che ha colmato quest’anno, con “Let them talk”, appunto, pubblicato lo scorso mese di maggio e distribuito anche in Italia.L’album comprende 15 tracce, sostanzialmente tutte blues; alcune tra queste anzi sono da considerarsi tra i blues più celebri in assoluto. Un tuffo nelle atmosfere della New Orleans mitica della nascita e dell’epoca d’oro del jazz. La realizzazione ha visto coinvolti con lui una dozzina di musicisti, di cui un nucleo costituisce la band di Laurie ( Jey Bellerose Kevin Breit, Greg Leisz, David Piltch e Patrick Warren) mentre gli altri fungono da sostegno ed accompagnamento per la sola registrazione del cd.Ma alcuni altri musicisti sono stati coinvolti a livello di “Guest star” (per esempio, Allen Toussaint, attuale re del jazz di New Orleans; Brian Breeze Cayolle, e Tracy Griffin), e tre cantanti figurano come ospiti speciali: Irma Thomas, Dr. John, e infine il mitico Sir Tom Jones. Nel libretto che accompagna il cd, Laurie con stile scanzonato e dissacrante spiega la propria poetica, il proprio amore per questo genere musicale, e la felicità nel potersi finalmente misurare con brani da far tremare i polsi, storicamente eseguiti dai più grandi esecutori: si pensi a “Six cold feet”, di Leroy Carr, ad esempio… chi non rammenta l’interpretazione che ne davano mostri sacri quali Ray Carles o Nat King Cole? Oppure “You don’t know my mind”… o ancora “Tipitina”… La voce di Laurie è davvero adatta a questo repertorio, calda, un po’ fumosa, capace di evocare atmosfere e di trascinare gli ascoltatori.Laurie spiega come Ray Charles e Bessie Smith siano da lui considerati i due cantanti che egli apprezzi di più; ironizza sulla propria irrequietezza rifacendo il verso ad una sua pretesa pigrizia ed amore per la sedentarietà (e quindi, come conciliarla con la sua bravura alla chitarra, strumento da “vagabondo” per eccellenza???).Ma, soprattutto, ci spinge al sorriso quando, con una strizzatina d’occhi ed un’eleganza da autentico oxfordiano quale egli è, ci provoca: “Di solito non si va a comprare il pesce dal dentista, né si domandano consigli finanziari a un idraulico, e allora perché ascoltare la musica di un attore? La risposta è – non c’è risposta.Se vi interessa il pedigree, allora dovete cercare altrove, perché non ho nulla di adatto a voi”. Forse Laurie non ha il curriculum di un musicista professionista: ma il piglio, l’espressività, il tocco, la capacità interpretativa, in una parola, il talento, sì! Ascoltatelo, e non ve ne pentirete.


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